di Alessandro Panico

“È un’ottima cosa la possibilità di diversificare gli usi del patrimonio edilizio esistente, ma è un criterio che va portato fino in fondo: non basta l’albergo diffuso nel centro storico, che pure aspettava da anni. Il giusto principio che tende a preservare l’ambiente, limitando il consumo di suolo naturale, dovrebbe trovare il suo contrappeso nella FLESSIBILITÀ di uso del patrimonio edilizio esistente, non solo nel centro storico, ma nell’intero ambito urbano e delle frazioni. Una flessibilità tanto più cruciale quanto più siamo esposti a rapidi cambiamenti sociali, economici e tecnologici. Cambiamenti che non collimano con i tempi lunghi di revisione degli strumenti urbanistici, soprattutto quando questi introducono anacronistiche rigidità. Ad esempio, in ambito urbano la nostra città vive la crisi di alcuni grandi settori economici: penso al commercio al dettaglio, oggetto di una vera mutazione sistemica a carattere globale, ma anche al settore amministrativo, che si ridimensiona rapidamente per effetto di fenomeni tecnologici, finanziari e politici di lungo termine (perdita del tribunale, riduzione delle funzioni pubbliche, digitalizzazione dei servizi a sportello, calo demografico della popolazione scolastica, ristrutturazione dell’ospedale, etc.). Settori che hanno caratterizzato l’identità urbana e sociale di Melfi nei decenni scorsi e che, probabilmente, non saranno altrettanto prioritari nel futuro. La città si trova quindi costretta a ripensare se stessa, cercando nuove funzioni e ragioni identitarie: le linee programmatiche del sindaco tracciano una strada, ma occorre essere coerenti e consequenziali. Occorre cioè che queste nuove funzioni e ragioni identitarie trovino una coerente risposta nel Regolamento Urbanistico, sia agevolando l’iniziativa dei cittadini verso le nuove opportunità, sia individuando funzioni pubbliche strategiche da potenziare. In questo senso, il RU non è un adempimento formale da liquidare in fretta, come qualcuno vuole fare intendere, ma è uno strumento di piena sostanza per i destini della città. E lo è molto di più di un ipotetico “piano strutturale”, che ipotizza teoriche espansioni future in una città che non cresce in popolazione e che ha già una parte consistente di patrimonio edilizio vuoto, da riconvertire e da ripensare. È qui e adesso invece, proprio nel RU, che Melfi si gioca una partita vera per il futuro. Tutto il settore dei servizi alla persona, ad esempio, che va dalla cultura al socio-assistenziale, dalla residenzialità collettiva all’istruzione, dal turismo al benessere e allo sport, meriterebbe ben altra considerazione, flessibilità e ampiezza di utilizzi nel Regolamento Urbanistico, sia nel pubblico che nel privato: un’attenzione che invece non si vede. Sono funzioni d’uso, queste, che dovrebbero essere consentite diffusamente, sull’intero patrimonio edilizio urbano, superando la vecchia concezione delle “zone urbanistiche” a compartimenti stagni, le cosiddette “vocazioni” imposte dall’alto (termine neppure ideologico, ma addirittura “teologico”) per gli edifici e i comparti. Giova ricordare che sono già oggi in vigore leggi nazionali in materia paesaggistica, sanitaria, sismica, antincendio, di emissioni, di sicurezza e di abbattimento barriere architettoniche che garantiscono pienamente la compatibilità e la “convivenza” tra usi diversi nell’ambito dello stesso fabbricato, comparto o quartiere, senza che si avverta la necessità che il Comune introduca ulteriori regole e vincoli dal sapore ideologico e dirigista. Esistono altresì norme superiori, come il “piano casa” nazionale e regionale, la legge per il recupero dei sottotetti e degli interrati, la continua deregulation delle autorizzazioni edilizie (l’ultima di aprile 2018) che rispondono esattamente a quest’esigenza di snellezza, versatilità e flessibilità nell’uso dell’esistente, nel rispetto delle norme generali e dei vincoli paesaggistici di cui sopra, i cui obiettivi non appaiono pienamente sposati dalla proposta di RU che il team tecnico ha presentato. Anzi, ad un primo sguardo sembrerebbe vi siano veri e propri refusi ed errori materiali, consistenti nella confermata assegnazione di determinate dimensioni e destinazioni ad edifici previste dal PRG precedente. Dimensioni e destinazioni che in realtà, per effetto delle numerose varianti urbanistiche intervenute negli anni scorsi ma anche delle più recenti norme nazionali sopra citate, sono già oggi differenti da quelle originarie previsioni: segno dei tempi e delle mutate condizioni socio-economiche che, evidentemente, la proposta progettuale non coglie a pieno, necessitando probabilmente di un supplemento di analisi e di un quadro conoscitivo più rispondente alla realtà attuale. Ancora, la riflessione sulle funzioni pubbliche (le cosiddette aree di “interesse generale”) non appare compiutamente sviluppata ma resta piuttosto generica. Ci vorrebbe qui più coraggio, se davvero si pensa (ed è vero) che le funzioni pubbliche possano essere reali attivatori di sviluppo e cambiamento, specialmente in una città che pensa alla cultura e al turismo come motore. Banalmente, perché non provare a dire più precisamente se e dove si vuole realizzare un teatro, un museo, una cittadella dei saperi o dello sport e come si debbano articolare? Infine, le reti. Se è vero che la programmazione di opere pubbliche è fatto diverso dalla pianificazione urbanistica, è altrettanto vero che la prima si muove in una cornice stabilita dalla seconda. In una città sfilacciata e disconnessa come la Melfi attuale, ci si aspetterebbe un’idea più forte, ad esempio, sulla mobilità urbana, anche oltre il pur suggestivo “nastro verde” di piste ciclabili che appare sulle tavole. Ad esempio, come si risolve l’annoso problema di collegamento pedonale tra Valleverde e centro storico (i 50 metri di dislivello sono una barriera oggettiva), soprattutto nell’area Municipio-Palazzetto-piazza Craxi, oppure lo scollamento della Bicocca/167 dal resto della città, aggravato dalla proposta di “tagliare” in aperta campagna l’anello disegnato dal prof. Benevolo, impedendo la chiusura con l’Incoronata. Come si affronta il taglio in due che la città subirà dai lavori di messa in sicurezza della ferrovia con l’eliminazione di tutti i passaggi a livello? Come si concilia il nuovo insediamento di oltre 300 alloggi a ridosso delle mura del carcere di via Lecce (10 ettari di nuova espansione, pari a 1000/1500 nuovi abitanti ipotetici) con la necessità di potenziare i luoghi di aggregazione ed evitare i fenomeni dei “quartieri dormitorio”? Difficile che il metodo delle osservazioni “particolari e veloci” proposto dall’Amministrazione riesca a sciogliere davvero questi nodi. Sarebbe meglio, forse, un adeguato periodo di confronto e discussione pubblica. Magari cominciando proprio da queste prime impressioni qui sintetizzate per comodità, al termine di questo lungo intervento: 1) più flessibilità nell’uso del patrimonio edilizio, 2) una vera strategia delle funzioni pubbliche, 3) una attenta riflessione sulle reti, i collegamenti e la mobilità.”