UNA NONNA MOLTO SPECIALE

Nel primo romanzo di Pasquale Festa Campanile, La nonna Sabella, si riassumono molte linee di tendenza della narrativa italiana del secondo Novecento. Scegliere di raccontare la storia italiana tra il 1860 e il 1944 dal- l’angolazione di una donna e poi dalla visuale di un paese del Mezzogiorno, offre all’autore la possibilità di personalizzare gli eventi e di fornirne un’interpretazione originale. Un’esigenza che doveva diventare una costante degli anni Cinquanta, quando fu pubblicato postumo Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, dove pure si sceglie l’angolazione personale per raccontare la Storia. Lo straordinario ritratto della nonna Sabella, forse assai più realistico di quello che si possa pensare così a prima vista, la sua vita originale, il suo passare disinvoltamente attraverso gli eventi piccoli e grandi, lo speciale rapporto con il nipote: questi i temi del romanzo illuminati da una giusta dose di ironia e malinconia. Il romanzo si svolge su due linee di lettura parallele: da una parte il viaggio del nipote verso Melfi sullo sfondo del 1944, un viaggio che implica l’abbandono dell’infanzia; dall’altra il racconto della vita della nonna ricostruito sul filo dei ricordi dal nipote e quindi con il doppio fine di ritrovare l’infanzia e di capire le proprie radici: capire la nonna è infine capire se stessi, guardarsi allo specchio. Nell’incipit del romanzo vi è il viaggio a ritroso del protagonista. Si coglie immediatamente la scrittura «cinematografica» di Festa Campanile soprattutto nella descrizione dei paesaggi, caratterizzati da note di colore:

Quando la zia Carmela morì era una caldissima estate, l’uva era acerba a Melfi, e i fichi ancora pieni di latte. Era il 1944, un luglio denso di vita e di illimitati entusiasmi. Roma era stata liberata da poco e ancora la gente faceva ala per le strade ai soldati americani: fu l’anno in cui io rividi il mio paese in Lucania per l’ultima volta.

Vi ero andato assai raramente negli ultimi anni, sempre di Pasqua, nei mesi che c’era ancora neve dentro  i vicoli: in paese, della mia famiglia, erano restate soltanto la zia Carmela  e la nonna Sabella in una vecchia casa di undici stanze.

Nel ricordo, perciò, pochissime cose di questo paese del sud: le dimensioni avventurose del viaggio, i nomi remoti e inverosimili  di certe stazioni: Cervaro, Leonessa, Rocchetta Sant’Antonio, Candela. […]

Sempre nei finestrini del treno, rammento,  appariva lo stesso paesaggio,  un susseguirsi di poche se pure  insistenti   cose: gli sbilenchi pali della luce e i fantasmi dei paesi abitati – lontano – sui cocuzzoli di nere montagne;  o una sottostante  e sempre nera,  minuta, distesa di tetti, con qualche  treccia di pomidoro a una finestra;  e lo schiocco delle fruste,  il cigolio dei traini, le sonagliere,  e l’odore  dei cavalli ai passaggi a livello;  e gli uomini addormentati sugli asini, con le giacche di traverso sulle spalle; e un campo sportivo apparso improvvisamente,  con le porte senza  reti, dove bruchino  le pecore o corrano calciatori con maglie a strisce, i fazzoletti legati attorno alla fronte.

Appare in questo romanzo per la prima volta – Levi l’avrebbe richiamata solo nella prefazione alla seconda edizione del Cristo – l’immagine della Lucania come luogo dell’anima, qui amplificata anche dal ritorno alla Melfi della sua infanzia che il protagonista è costretto a compiere per aiutare la nonna, rimasta sola:

Mille immagini sollecitano la memoria di un uomo, ognuna d’esse racchiude un passato di sentimenti  e di affetti: e, a ben capire, una parte di noi che si proietterà  nel futuro. È quello che per ciascuno conta del posto dove  si è nati, le prime cose osservate  del mondo, quella parte del genere  umano verso  cui il cuore ci abbia subito inclinato. Talvolta ho ancora l’impressione, ahimè, proprio alla vista di paesaggio, che la stagione dei miei vari affetti, delle dedizioni intere, sia passata, senza  che io abbia fatto in tempo ad accorger- mene […]. E che quanto mi era naturalmente  dovuto, del meglio degli altri, io lo abbia già ricevuto.  E mi perdonerò difficilmente,  un giorno, di non aver riconosciuto in una stagione ormai trascorsa  la presenza  dei fatti, immagini e sentimenti che  nessun’  altra  età  mi avrebbe più restituito. Parlo della Lucania,  un paese, o meglio  una zona della mia esistenza; perché fino a un certo giorno  l’ho considerata  come null’altro  che un luogo. E non tanto come il possibile  senso di tutta una vita, quanto appena l’infanzia.

La presentazione della protagonista è inserita in un contesto corale: la nonna non esiste fuori dal paese, ne vive e segue i ritmi da un balcone, riceve e ricambia visite di vicinati, curiosi come lei, cercando sempre il contatto con le nuove generazioni.

A Melfi, debbo dire, e sebbene  non fosse  molto diversa dalle sue «compagne», la nonna Sabella era conosciuta come una vecchia curiosa. In casa, il suo posto preferito  era il balcone prospiciente la piazza, dal quale poteva comodamente «godersi» tutti i «guai» del paese.

ELEGIA DEL VINO

Buon Natale Buon Anno, l’ultimo romanzo di Pasquale Festa Campanile inizia con un elogio dell’ubriachezza:

Se avessi un po’ di soldi mi ubriacherei. Non mi piace bere da solo; in realtà  vorrei  essere già ubriaco. In quello stato non è vero che si dimentica ciò che ci tormenta, ma tutto diventa più leggero, privo  d’importanza, quasi allegro.

Più volte nella Nonna Sabella l’autore insiste sul valore del vino come medicina della vita, richiamandosi a una letteratura antica che ha trovato forse la sua voce più alta in Orazio. Nunc est bibendum,  cantava il venosino illustre richiamando la dolcezza conviviale rispetto alla rigidità dell’inverno o all’incertezza del desti- no. Così, Sabella appare in tutta la sua classicità quando si abbandona al piacere del «vino del Vulture […] zuccherino» e il nipote comprende da lei il ruolo magi- co di una tazza di vino dolcissimo.

La trovai nella cantina di Cautela, infatti.

Dovevano   essere passate da poco le dieci,  perché giusto  nel vicolo

Senise avevo incontrato le carrozze che andavano  all’ultimo  treno.

Da Cautela,  siccome avevo fatto la strada di corsa, arrivai ansante e accaldato.  Spinsi la porta,  e discesi i venti gradini  che dalla strada immettevano nella cantina: quei venti gradini  diseguali e rischiosi che la nonna – come  sapevo – era solita discendere di fianco,  e accortamente, sempre con la medesima gamba in avanti. Subito m’investì  l’odore del vino nei bicchieri, un odore che aveva impregnato  i muri e il legno delle panche. E sulla panca in faccia all’entrata, in mezzo a dei grandi uomini scamiciati, era magnificamente  assisa la nonna. […]

Non tardai ad accorgermi  ch’ella  s’era come distaccata  dalle cose del mondo, tanto che non provava alcuna  vergogna di mostrarsi ubriaca. Camminava  e ruttava; ma adesso era un’altra,  non più la vecchia umiliata e offesa  di primo. Il vino l’aveva affrancata  da ogni pregiudizio, aveva dato luogo in lei a un ritorno di forze e di loquacità.

«Che te la pigli a fare con questo cacatore di mondo?», mi disse, e per tutto il resto della strada non smise più di parlare.

«Sbrigati a crescere, figlio», mi diceva. «E quando sarai grande fattici portare, da tuo padre, nella cantina di Cautela. Dove c’è vino, ti scordi di tutto e di tutti. Diventi senza  padre  e senza  madre, senza figli, senza marito,  senza conoscenti. Dai retta a tua nonna,  bevi, e scordati di tutti».

La magia del vino viene improvvisamente interrotta dal canto di una madre che proviene da un basso, una ninna-nanna che rompe la gioia artificiale della nonna per gravarla di un nuovo dolore. È un canto antico, popolare, in cui si ricostituisce l’armonia delle cose del cosmo

Lu sunno m’ha promesso ca venia,

Mo’ m’ha gabbato, e sta ‘mmiezzo  alla via. Ninna, ninna, ninna vole,

Fallo addurmí, Sante Nicole. Sante Nicole, dimmi che è stato, Chistu figlio nun s’è addormentato.

Duormi tu, figlio, e puozzi  avè fortuna, Puozzi gí in alto quanto vaje la luna.

I TEMI CRISTIANI

Nel Ladrone e in Amore  solo per amore, ma anche nel Peccato,  Festa Campanile approfondisce la lettura evangelica della scelta d’amore cristiana, della storicizzazione del personaggio Gesù. L’autore cerca di calarsi nella società e nella mentalità della Palestina dell’epoca, si appropria di altri punti di vista per aprire squarci narrativi diversi, per spiegare il mistero dell’incarnazione di Cristo attraverso la cronaca. Il diario di Caleb, il ladrone crocifisso insieme a Gesù, gli offre lo spunto per spostare l’angolazione che da una vita qualsiasi porta all’incontro con Cristo; la scelta di Maria e Giuseppe è un abbraccio consapevole con Dio. Sono temi di largo approfondimento nella letteratura e nella cinematografia italiana novecentesca: dal cristianesimo di Marino Moretti, Giovanni Papini e Mario Luzi alle letture dei Vangeli di Pier Paolo Pasolini e Franco Zeffirelli. Nel Peccato, la visione evangelica si scontra con le difficili scelte personali di un parroco: solo dal- l’errore, dal peccato si raggiunge la Verità, assumendone il significato totale di adesione, e non di rinunzia, all’umanità:

Ho  capito che sono davvero un sacerdote. Forse avevo  bisogno  di staccarmi dalla mia missione, di metterla in dubbio, per potervi ritornare poi come da un esilio.